POPOLI DELL'ITALIA ANTICA

ROMA

signora delle genti

di

Mariavittoria Antico Gallina (ricercatore dell'Istituto di archeologia dell'Università Cattolica di Milano, ricopre gli insegnamenti di Topografia antica per la scuola di specializzazione in Archeologia attivata nella sede universitaria di Milano e di Archeologia e storia dell'arte greca e romana presso la sede della stessa Università Cattolica)

Alberto Grilli (introduzione) (è stato professore ordinario di Letteratura lastina e di Filologia greco-latina all'Università statale di Milano)

in fotografia "Personificazione di Roma, dalla base della colonna posta da Marco Aurelio in onore di Antonio Pio. Roma, seduta, è appoggiata allo scudo recante come emblema la lupa e i gemelli. Roma Musei Vaticani".

IL VOLUME:

Introduzione (di Alberto Grilli)

Alle origini di Roma

Nei fori la stratificazione delle ideologie

Crocevia di culture, fucina di elaborazioni

Una società in continuo divenire: i documenti dell'edilizia privata

Lungo la via Appia: una sintesi

REFERENZE ICONOGRAFICHE:

Studio Aguilar

Bernard Andreae

Archivio Amilcare Pizzi

Archivio Credito Italiano

Archivio I.G.D.A.

Archivio "L'Erma" di Bretschneider

Archivio Musei Vaticani

Archivio Sovrintendenza Archeologica del Lazio

Gaio Bacci

Studio Brai

Araldo De Luca

Lorenzo De Masi

Anna De Santis

Alfredo Foglia

Mimmo Jodice

Humberto Nicoletti Serra

Pubbliaerfoto

Scala

Paolo Tosi

Un volume grande formato (32x25 cm) con copertine rigide, PERFETTO, MAI LETTO, elegantemente rilegato e con sopracopertina in carta lucida (quella in foto è la sopracopertina) di oltre 140 pagg. lucide su progetto editoriale AMILCARE PIZZI S.P.A.. Edizione fuori commercio "POPOLI DELL'ITALIA ANTICA", in omaggio, diretta da Mariavittoria Antico Gallina (Istituto di Archeologia, Università Cattolia del Sacro Cuore, Milano; Presidente del Centro Studi Beni Culturali e Ambientali). Il panorama che ci presenta questo volume, elegantemente e debitamente illustrato (con foto sia dei siti  che dei reperti archeologici, conservati nei vari musei italiani,  dei popoli ivi studiati), è quello di proporre una sintesi della storia di Roma nella sua globalità, privilegiando la strada, forse più ardua, ma certo più viva, della mediazione fra documentazione archeologica e l'uomo, connettendo i nostri concetti scientifici con l'esito del suo secolare "pensare", in termini di religiosità, di ideologia politica, di riflessione giuridica, morale, e indagando, sotto questa luce le modalità da esso seguite per "produrre" quanto noi oggi leggiamo con occhi affascinati dal mistero che circonda tutto quanto appartiene all'antichità.

Cogliere la vita di un'umanità vissuta più o meno duemila anni fa non è facile: ma la nostra voglia di capire i nostri simili è non solo leggittima, è quasi doverosa, perchè l'umanità odierna è quella che è per una lunga, lenta stratificazione nei secoli. C'è molto quindi che ci spinge a cercare di conoscere  la vita nell'antica Roma, come in tante altre forme di altri tempi. La difficoltà a coglierla esiste anche da parte degli studiosi: il filologo è prima di tutto preoccupato della comprensione dei testi letterari conservatisi; lo storico punta all'interpretazione delle grandi vicende; l'archeologo ad integrare con la maggiore esattezza possibile i rsti che emergono o sono emersi dagli scavi. Lo storico oggi si interessa con vigore ai problemi economici, dal problema della casa privata a quelli dello stato; comprendere, quasi vedere, l'uomo che si muove in questa dimensione perennemente dinamica, sopratutto nell'aspetto quotidiano del singolo e della comunità, dà un quadro per quanto possibile concreto e palpitante di quella lontana realtà. Per questo compito lo storico ha bisogno di scienze collaterali, l'archeologia e la filosofia. Allo stesso modo l'archeologia, senza fonti scritte è muta, senza il gioco cronologico della storia è pressocchè cieca. Questa problematicità che trova il suo sviluppo attraverso lo sforzo concentrico delle scienze dell'antichità si fa particolarmente sensibile quando l'attenzione si punta sull'entità monumentale, storica, civile più importante di tutto il mondo antico, Roma, la cui testimonianza dalle origini alla fine dell'impero d'Occidente abbraccia circa quindici secoli, come nessun altro centro sulle rive del Mediterraneo: non solo per la durata sul palcoscenico della storia mondiale, ma forse ancor più per il suo continuo crescendo come corpo urbano, con tutte le  vicende e trasformazioni connesse, soprattutto quando si arrivò ad un agglomerato che superò il milione di abitanti. Solo questa cifra a un lettore accorto solleva un mare di interrogativi: certo non c'erano i problemi di circolazione o di inquinamento delle metropoli moderne; ma ce n'erano altri, la casa i servizi idrici, le fogne, la sicurezza degli edifici, accanto alla sicurezza della vita individuale, e così via.  L'Urbs per eccellenza  permette in compenso di indagare più a fondo la sua esistenza e il suo sviluppo nei secoli per l'entità dei rsti archeologici; le ultime generazioni di archeologi hanno lavorato con estrema finezza di metodo e di mezzi a rilevare il tessuto della città dai suoi resti preistorici (che prendono luce, e ne danno, dalle leggende della tradizione antica) a tutta l'età repubblicana, certo meno monumentale della successiva età imperiale, ma che consente una vivace visione della sua vicenda umana.

Felice ed ambizioso, quindi il proposito di questo volume, di dar vita attraverso i monumenti di Roma alle attività del popolo di quella città. Un discorso che evidentemente non può essere unitario, che però alle conclusioni giunge unitario. Come in ogni città antica, in modo particolare a Roma dove la religione era rigorosamente di stato, primo elemento a cementare la vita comunitaria è la religione, con le sue cerimonie, con i suoi ludi consacrati  a una divinità, fin dai leggendari giochi in onore del dio Conso, celebrati da Romolo: è in quella occasione che la leggenda colloca il Ratto delle Sabine. Per secoli i ludi furono puramente sportivi, con corse di cavalli e di carri, più tardi con particolare insistenza sui marziali ludi gladiatorii; il teatro nacque a Roma solo al tempo della prima guerra punica e non fu mai strettamente legato alla religione, come ad Atene. Può dire molto l'episodio che, mentre Terenzio presentava una sua commedia (La suocera) durante i ludi megalensi, il pubblico se ne andò rumorosamente quando dalla strada accanto si sentirono suoni di trombe e tamburi che annunciavano l'arrivo di una troupe di gladiatori. Alla religione, fatto intensamente pubblico, era legata in forma indissolubile la politica: da un lato si chiedeva agli dei una amministrazione benevola alla civitas, dall'altra si insisteva su una saggia amministrazione terrena che era fornita dal sostegno della tradizione della vita sociale che trovava la sua  garanzia nel famoso mos maiorum, l'ossequio all'insegnamento degli antenati, che come fattore politico garantiva la continuità del potere del senato e come fattore sociale il mantenimento della virtus civilis, dote sostanziale di ogni cittadino nella sua attività in pace e in guerra.

Per questi due aspetti, nel volume prevale la civitas con le sue istituzioni e le concrete funzioni degli uomini come cives. Ma non si ha cittadinanza se non c'è un suo abitat: l'urbs. Seguire nei suoi molteplici aspetti il divenire dell'urbs, soprattutto nel foro (anzi per Roma è più corretto parlare, da un certo momento in poi, di "fori"), che con i suoi edifici era il centro della vita politica ed economica, vuol dire far seguire al lettore il continuo ampliarsi delle relazioni sociali ed il modificarsi del modo d'essere della res publica romana. Accanto i grandi assi di attività, come la curia per il senato o il comizio per le assemblee popolari, una funzione diversa, ma in sostanza di propaganda politica, o almeno di prestigio, hanno i grandi edifici dal I secolo a.C. in poi. Lo si può dire del teatro di Pompeo, del foro di Cesare, del mausoleo di Augusto, dell' Aura Pacis, che è un simbolo politico già solo nel suo titulus, che allude alla pax Augusta. Che Augusto, Nerva, Traiano, abbiano costruito dei fori veramente imperiali, con templi e basiliche (che non hanno nessuna funzione religiosa) e vasti spazi, addirittura (quello di Traiano) con mercati coperti, ci dice bene come i principi hanno inteso affermare la loro personale popolarità con segni esteriori di potere, in cui i cittadini si potessero riconoscere. In questo volume si distingue giustamente tra l'abitazione patrizia (che sarà poi quella per tutta la nobilitas, patrizia e plebea) e quelle dei ceti medio-bassi. E' molto interessante considerare le domus aristocratiche, per i pochi resti che ce ne rimangono, fino al IV-III secolo a.C., che ricordano il modesto tenore di vita di quei tempi, com'è rappresentato nella tradizione da Cincinnato nominato dittatore, mentre arava sulla riva destra del Tevere. A trasformare la domus modesta in una sempre più vasta e lussuosa villa urbana contribuirono più motivi: tra i più antichi senz'altro il crescere progressivo dei clientes urbani, che avevano il dovere della salutatio mattutina al loro patronus nel vestibolo e nell'atrium, sicchè tutto l'edificio doveva adeguarsi a queste esigenze. Ma ben presto a spingere i signori a dilatare le loro abitazioni fu anche l'ambizione, abbastanza leggittima nei nuovi padroni del Mediterraneo, di emulare le ville orientali, specie quelle dei grandi regni ellenistici. Il lettore potrà constatare come nel I secolo a. C., l'età di Cicerone, a Roma si impongano ville grandiose calate nel verde: sono la conseguenza del completamento della conquista del prossimo Oriente, dovuta a Silla, a Lucullo, a Pompeo. Il lusso ora dilaga: colonne greche o marmi orientali, statue originali e copie ellenistiche, l'invito ad artisti greci per affrescare le pareti. Del resto la storia si ripete, se si pensa che nei secoli XVIII e XIX centinaia di colonne e statue antiche furono trasportate da Leptis Magna e Cirene in palazzi regali d'Europa. Nell'impero più di un principe, non Augusto che tenne fede al suo programma di lotta al lusso, gareggiò in imponenza nei palazzi residenziali: si pensi alla Domus Aurea di Nerone.

Il settore di solito più trascurato, quello che si può dire della povera gente, in questo volume trova ampio spazio: è inevitabile che a soccorso dei resti romani intervenga, anche iconograficamente, la notevolissima documentazione archeologica di Ostia e anche di Pompei. Un angolo particolare è riservato ai servizi idrici; aver saputo dissetare Roma è un merito davvero straordinario nel mondo antico e va tutto a gloria degli umili architectones che tracciarono i percorsi degli acquedotti. L'ultimo capitolo del volume tratta il tema delle strade: o almeno di una strada, la regina viarum, l'Appia, la prima strada costruita con intenti puramente militari (lo conferma l'uso insistente, ove possibile, del rettifilo), anche se poi fu percorsa da maree di mercanti. I Romani che, fin dalle Leggi delle XII Tavole, non potevano seppellire entro il pomerio, scelsero per i loro monumenti funerari i luoghi meglio accessibili, cioè i margini delle strade, come è ovvio, in primis della Via Appia: per esempio il sepolcro di Cecilia Metella, liricamente ricordato anche da Chateaubriand..... E basta??? E' vero che il fascino dei problemi esposti e illustati suscita inesauribili desideri: però sicuramente le pagine di questo volume molto danno e molto spazio offrono alle meditazioni.