Il presente volume si basa sull'edizione inglese tradotta dal tibetano da Tsering Shakya
le cartine sono di Reginald Pigott
Forte, potente, questa è la sconvolgente testimonianza di Palden Gyatso, un monaco tibetano la cui esistenza ha improvvisamente imboccato
una drammatica svolta, e che dopo incredibili sofferenze – fisiche e morali – ha voluto diffondere una pesantissima denuncia: quella delle
atrocità commesse dai cinesi durante l’occupazione del Tibet.
Nel 1950, al momento dell’invasione, Palden Gyatso era già stato ordinato monaco buddhista e studiava nel prestigioso monastero di Drepung.
Nel 1959 venne arrestato per aver partecipato a una manifestazione non violenta a favore dell’indipendenza del Tibet.
Ammanettato, interrogato e bastonato, fu giudicato «reazionario» e incarcerato per sette anni.
Tornò a Drepung, ma nel 1967 il celebre edificio fu raso al suolo e i monaci, compreso lui, furono condannati ai lavori forzati.
Nel frattempo, la bimillenaria, preziosa cultura del suo paese subiva il sistematico, brutale assalto di un esercito che, in nome di un aberrante
senso del progresso e dell’ideologia, demoliva tutto quanto rappresentava l’identità di un popolo, saccheggiando e devastando i monasteri,
bruciando i libri, imprigionando e giustiziando uomini innocenti.
Palden Gyatso tentò la fuga, ma, catturato a un chilometro dalla salvezza – il confine con il Bhutan -, fu sottoposto a sevizie terribili, al supplizio
della fame e costretto ad assistere a intollerabili sedute in cui, durante la Rivoluzione Culturale, i prigionieri erano obbligati a denunciarsi un
l’altro e a confessare crimini mai commessi.
Quando, nel 1992, dopo trentatré anni di infernale detenzione, fu rilasciato – sotto promessa di ritornare alla quieta vita monastica -, riuscì a
portare con sé, in India, gli strumenti con cui era stato torturato e, incoraggiato dal XIV Dalai Lama, iniziò a divulgare la sua spaventosa esperienza, rivelando agli occhi del mondo tutta l’agghiacciante portata dell’occupazione cinese.
Arricchito da un inserto fotografico, un grido di dolore, nonché un appello alla solidarietà, di fronte a un’immane tragedia che, proprio perché viola, innanzitutto, i diritti umani, non può lasciare indifferenti.
(mc)