Martello gong Baoulé in bronzo. Vecchio pezzo di oltre 50 anni.
Consegnato su base.
Tra i Baoule esistono diverse tecniche di divinazione, alcune semplici per quanto riguarda l'attrezzatura utilizzata, anche se complesse per l'analisi, come il “lancio dei lacci”. Ma, in termini di teatralità e creazione plastica, la più spettacolare riguarda gli rabdomanti-danzatori, i komyenfwé, che, posseduti dai geni della natura, fungono da intermediari tra gli spiriti e il mondo del villaggio. Sono chiamati anche awèfwè (“esseri di confine”, coloro che separano il visibile dall'invisibile). Durante le loro cerimonie di trance, quando gli spiriti che li investono parlano attraverso di loro, utilizzano strumenti rituali, piatti di terracotta, sonagli a forma di zucca, e soprattutto gong di metallo che colpiscono per "svegliare" gli spiriti, per farli emergere dalla boscaglia e dal torpore, utilizzando, miracolo dell'arte, un martello di legno decorato. Questi oggetti sono chiamati lawlé waka. Quanto più l'indovino è famoso, tanto più elaborato è il suo materiale religioso, come testimoniano alcuni oggetti appartenuti a collezioni occidentali, in particolare il martello della vecchia collezione di Helena Rubinstein, che, ne sono convinto, è il più abbagliante di tutti quelli che ho visto, in trent'anni di frequentazione del popolo Baule. È per far dimenticare che questo pezzo resta un semplice strumento a percussione? Infatti, lungi dall'essere aggiunta alla parte funzionale, la figura è inserita, in evidenza plastica. Il suo ieratismo, molto relativo, si armonizza con il semicerchio del battente all'interno del quale è inscritto, ma anche con le torsioni del manico sulla cui sommità si erge, sovrano, come su un piedistallo, come per meglio liberarsi dalla spirale che lo sorregge, con una stratificazione di piani che conduce gradualmente lo sguardo verso la figura sommitale.