Feticcio di Mamiwata Adan dal Ghana. Pezzo originale di oltre 40 anni.
Mitologie africane. Mamiwata, Madre delle Acque
MamiWata deriva da "Madre Acqua", trasformato rapidamente in "Mamma Acqua", poi in "Mammina Acqua", ed infine in "MamiWata".
Mamiwata è la Madre delle acque, metà donna, metà pesce, metà terrestre, metà acquatica, dea del culto Vodun in Togo e Benin, spirito dell'acqua temuto dai pescatori della Nigeria e del Ghana, mangiatore di uomini che vaga nella notte africana sotto le sembianze di un fantasma, santo patrono delle prostitute a Kinshasa. Mamiwata è una divinità che è oggetto di tanti culti quanti sono i suoi seguaci. Eroina dei racconti lacustri e delle leggende metropolitane, copre tanti simboli quante culture e incarna tante virtù quante speranze, tante maledizioni quante paure.
Questa sirena è una delle rare divinità della mitologia africana ad essere rappresentata, pittoricamente parlando, in caratteristiche e forme ricorrenti. Gli dei del pantheon yoruba sono quasi gli unici ad avere effigi e rappresentazioni umane. Ricordiamo che una delle caratteristiche della spiritualità africana è la sua capacità di “animare” oggetti ed esseri appartenenti al mondo animale, vegetale o minerale, riconoscendo in essi un'anima e un'esistenza propria. Ma anche investendoli di poteri e simboli, permettendo agli uomini di comunicare con il mondo “invisibile”, quello dei morti e degli spiriti.
I miti delle origini, della creazione, della cosmogonia, che aiutano a spiegare l'origine, l'essenza e il significato del mondo, sono simboleggiati, presso la maggior parte dei popoli africani, da elementi naturali come l'acqua, la terra o il fuoco, da totem animali che incarnano l'essere primordiale, da figure ancestrali, eroiche o leggendarie. La maggior parte degli elementi che compongono il loro universo spirituale sono quindi già nella natura, sono la natura stessa. Mamiwata, oltre ad essere un essere ibrido, è una divinità straniera. Estraneo agli uomini ed estraneo alla natura. È una creatura soprannaturale, perché incarna l'intersezione di tre mondi: animale, umano e spirituale. Questa ibridità, che di fatto è una deformità, perché fa di Mamiwata un “mostro”, gli conferisce paradossalmente tutti i suoi poteri. Mamiwata è anche l'unica divinità africana, venerata o conosciuta in un'area geografica che riunisce culture e popoli diversi come gli Ibo della Nigeria, gli Ewé del Benin, i Bamiléké del Camerun e i Kongo della RDC. Nonostante sia oggetto di culti diversi e sia legata a simboli ben precisi a seconda delle etnie, delle credenze, ma anche degli ambienti sociali, possiamo dire che Mamiwata è una dea “panafricana”.
Basandosi sull’ubicazione “costiera” dei paesi dove il culto di Mamiwata è più diffuso, ovvero Golfo di Guinea, per Nigeria, Ghana, Benin e Togo, e Africa centrale per Camerun e RDC, alcuni ricercatori sono giunti alla conclusione che Mamiwata, nella sua rappresentazione moderna, sia apparsa per la prima volta in Africa nel XV secolo, quando gli europei si avvicinavano alle coste del continente nero. La sirena sarebbe stata introdotta in Africa, sia attraverso i racconti dei marinai europei, ma anche attraverso le polene delle loro navi, che molto spesso rappresentavano questa favolosa creatura. A metà del XIX secolo, un'altra immagine, intitolata "l'incantatore di serpenti", ispirata alle dee indù, fu portata in Africa. Circolò ampiamente nell'Africa occidentale, dove era percepito come un dipinto mistico, per la sua stranezza, per la potenza e la bellezza della figura femminile, i cui lineamenti somigliavano a quelli di un'africana. Inoltre, il tema del serpente era coerente con le credenze africane su questo animale sacro. È più probabile che queste immagini e storie abbiano influenzato la rappresentazione figurativa di Mamiwata, dandogli un volto e dei personaggi “umani”, ma non lo hanno inventato. Gli africani si sono solo appropriati di questi elementi esterni, li hanno reinventati per integrarli meglio nelle credenze già esistenti.
Le divinità acquatiche o lacustri erano già molto numerose, nell'Africa occidentale come in quella centrale. Nella cultura Ibo della Nigeria, gli ndi mmili, spiriti dell'acqua, erano venerati, mentre nella civiltà Kongo questi spiriti erano chiamati mbumba e spesso si riferivano a un grande serpente mitico. La divinità Mamiwata venne integrata nel pantheon delle divinità vodun preesistenti sulla base di una o più divinità dell'acqua, ma soprattutto attraverso il culto Dan del pitone reale, praticato dai Mina, dagli Ewé, dagli Adja, dai Fon, dagli Yoruba e dagli Ibo.
Poiché la religione Vodun ha attraversato l'Atlantico con gli schiavi africani durante quasi quattro secoli di commercio, la sirena Mamiwata è molto presente anche in alcuni culti della diaspora nera. In particolare quelli di Candomblé in Brasile, dove porta il nome Yemanja, e quelli di Santeria a Cuba, dove i discendenti degli schiavi africani lo battezzarono Yemoya. Mamiwata è quindi una sottile combinazione di credenze africane e immagini sia europee che indiane. L’aspetto “straniero” di Mamiwata è sempre stato fortemente sottolineato nella sua rappresentazione pittorica, come simbolo degli sconvolgimenti culturali portati dalla tratta degli schiavi e dalla colonizzazione europea.
Mamiwata, come allegoria del potere coloniale e della violenza, simboleggia l'influenza negativa del mondo esterno sui valori africani. La dea proviene dal mondo delle acque, dei mari, degli oceani attraverso i quali arrivarono le prime navi portoghesi, poi olandesi, inglesi e francesi, che portarono milioni di schiavi nelle Americhe e imponerono il loro potere politico, economico e culturale. Anche se la sua rappresentazione fisica e il suo simbolismo variano da una cultura all'altra, nella sua rappresentazione più comune, tutto in Mamiwata ricorda l'uomo bianco del periodo coloniale e contemporaneo. Le sue caratteristiche fisiche sono quelle di un europeo (pelle bianca e capelli lunghi), così come il suo temperamento (autoritario, egoista, vanitoso con un forte senso di superiorità), la sua morale (libera, amorale e individualista) e i suoi poteri (legati al denaro, ai segni esterni di ricchezza e al successo economico). Ma nonostante tutto questo sincretismo, questa mescolanza di influenze e simbolismi, Mamiwata è davvero una divinità africana. Per molti è un'allegoria, una proiezione di desideri sessuali, difficoltà economiche, speranze di avanzamento sociale. La sua ibridità e la sua “mostruosità” riflettono soprattutto lo sgomento delle società africane di fronte alle proprie mutazioni, tra tradizione e modernità, tra autenticità e alienazione.
Nei paesi dell'Africa centrale, come ad esempio il Camerun e la Repubblica Democratica del Congo, questa divinità, o meglio il suo spirito, appare nel cuore delle grandi città, preferibilmente al calar della notte. Molto presente è anche nei mercati, altra allegoria del mondo invisibile, che con la loro ricchezza attirano la brama di fantasmi e spiriti maligni. Mamiwata appare soprattutto nei bar e nei luoghi di dissolutezza, sempre nelle vesti di una donna molto bella che conduce gli uomini alla follia. Nel folklore congolese, Mamiwata è una prostituta che tenta e perverte gli uomini. Simboleggia tutti gli eccessi legati alla sessualità: la poligamia, l'infedeltà, ma soprattutto l'AIDS.
Il mito di Mamiwata è lungi dall'essere fisso. Si nutre ogni giorno dei nuovi simboli che gli vengono donati da chi se ne appropria. Come tutti i miti, Mamiwata ha la funzione di incarnare una visione del mondo positiva o negativa. Che si tratti di un punto di riferimento spirituale o di un capro espiatorio, costituisce una modalità di espressione dei sogni e delle paure che le incertezze del mondo moderno suscitano in Africa.
Arte africana, maschera africana
Articolo consegnato con fattura e certificato di autenticità.
arte africana arte tribale africana arte africana afrikanische kunst