In parola di Ramat Silvio
Collana: La Fenice
Milano; Ugo Guanda Editore; 1977;
Prima edizione
22 cm.; pag. 109; brossura
ScB1/2
Fin dal suo primo attestarsi (due poemetti composti sui vent'anni: Le feste di una città, 1959, e Lo specchio dell'afa, 1961), la poesia di Silvio Ramat mostrava, nella sua motivazione morale, di rifarsi liberamente al versante « lirico » della tradizione novecentesca, europea ed italiana. Troppo generica è parsa, d'altronde, l'ascrizione di questa poesia - specie nelle sue fasi ulteriori: Gli sproni ardenti, 1964; Corpo e cosmo, 1973 - a una linea di cultura convenzionalmente intesa come « neoermetica »: soprattutto se badiamo alla complessità del più nuovo libro di Ramat, questo In parola, dove semmai è l'intera avventura della parola novecentesca ad essere ritraversata con puntiglio critico ed emotivo, e dove si trova messo in stato di (legittima) accusa l'autore stesso, non in quanto trascurabile presenza biografica ma, più radicalmente, in quanto funzione troppo a lungo invalsa da protagonista. Certo, una civiltà « fiorentina » potrà riconoscersi, superstite e per nulla remissiva, nell'ambizione qui della fantasia logica e analogica; ma la « realtà di laboratorio » e la « consistenza interamente verbale della scrittura » cui accenna in una nota lo stesso Ramat, immettono quest'opera, con esemplare concretezza e coscienza, nel vivo delle più cocenti polemiche degli ultimi due decenni: polemiche attraverso le quali, si sa, la poesia medesima - come ipotesi costruttiva e non già come gratuita mimesi o nonsenso - ha visto messa in forse la propria stessa credibilità, la propria parte nell'ambito del reale. Non nascondendosi tale crisi d'identità, ma piuttosto puntando ai suoi sviluppi possibili e dunque a darle una storia, la nuova poesia di Ramat si colloca - per consapevolezza e capacità prospettica - tra i momenti vitali di quel discorso sull'uomo che non poteva non riprender lena di là dagli esperimenti di terra (e di parola) bruciata che caratterizzano le avanguardie allo stato puro. Il ragionare «impuro» (cioè infinitamente compromesso dal punto di vista culturale) di Ramat può costituire una risposta - se non, fortunatamente, una soluzione - alla domanda spesso mal formulata da un'avanguardia senz'orizzonte: domanda di una poesia che, nei testi di Ramat, trova non di rado le sue formule calzanti, « memorabili » nell'equilibrio raggiunto fra strutture emotive ed inventive.
Silvio Ramat, nato a Firenze il 2 ottobre 1939, è titolare di letteratura italiana moderna e contemporanea all'università di Padova. Fra i suoi titoli di poesia, Gli sproni ardenti (Mondadori 1964) e Corpo e cosmo (Scheiwiller 1973). Del suo lavoro critico si ricordano specialmente L'ermetismo (1969) e Storia della poesia italiana del Novecento (1976).
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