BIOGRAFIA
In
India per cause belliche, dal 1942 al 1946 partecipa a mostre collettive
internazionali a Nuova Dely e Bangalore, ed esegue molti ritratti e lavori
importanti.
Tornato
in Italia partecipa attivamente alla vita artistica nazionale ed internazionale
ed è presente: alla VI, VII, VIII, Quadriennale di Roma al Salone degli
Indipendenti di Parigi (1955), al premio Marzotto (1953) a diversi premi
Michetti; premi Avezzano, Biennali di Alatri, Rassegna del- le Arti del
Mezzogiorno, le Biennali di Roma e Lazio, premio Sulmona, l'Aquila, Biennale di
Latina, ecc.
Ha
tenuto 62 mostre personali in Italia -Francia -USA - Messico -Venezuela.
ACQUISTI
IN MOSTRE IMPORTANTI
1955
E.N.I.T. (Rassegni del Mezzogiorno Roma)
1956
Presidenza del- Consiglio (VI]. Quadriennale di Roma)
1962
Prefettura di Chieti (Premio Michetti) -1962 Prov. di Roma (Biennale di Roma e
Lazio)
1963
Min. Mar. Mercantile (Personale a “Il Cancello” Roma)
PREMI
CONSEGUITI
1955
Primo premio per il paesaggio (Avezzano)
1958
Premio acquisto (Biennale di Alatri)
1962
Premio acquisto (Premi Michetti)
1962
Premio Odescalchi (Bracciano)
1963
Primo premilo (Frascati)
1963
Premio del Principe (Bracciano)
1964
Primo premio (Città di Alatri)
1964
Primo premio (Città di Tolfa)
1964
Med. Oro al Merito (Prov. di Roma e Bracciano)
1964
Med. Oro E.P.T. Roma (Magliano Sabino)
1964
Secondo premio (Oplonti Torre Annunziata)
1965
Primo premio (Città di Sabaudia)
1965
Primo premio (Città di Paliano)
1965
Med. Oro (Biennale di Montefiascone)
1965
Med. Oro (Ministrp Andreotti Cassino)
1965
Secondo premio (Città di Ariccia)
1965
Premio acquisto (Città di Anguillara)
1966
Primo premio (Prov. di Viterbo)
1966
Secondo premio (Lago di Bracciano)
1966
Med. Oro Presidente della Repubblica (Premio Cala- matta)
1966
Med. Oro Comune di Milano (Premio Modigliani)
1966
Med. Oro C.C.I.A. (Benevento)
1966
Med. Oro Premio Massimo D'Azeglio
1966
Med. Oro C.C.I.A. (Tivoli)
1966
Secondo premio (Biennale S. Agata dei Goti)
1967
Primo premio (Città di Alatri)
1967
Primo premio (Città di Arsoli)
1967
Primo premio (Città di Tolfa)
1967
Secondo premio (Tito Troya Arcinazzo)
1967
Secondo premio (Città di Pozzaglie)
1969
Primo premio (Città di Poggio Mirteto)
1969
Med. Oro per meriti artistici (Città Eterna Roma)
1969
Med. Oro del Presidente del Consiglio (Civitavecchia)
1970
Premio acquisto (Borgosesia)
1970
Premio acquisto (Riviera del Conero)
1970
Primo premio Fiorletta (Alatri)
1971
Med. Oro (Premi Sulmona)
1971
Primo premio (Campo di Giove)
1972
Premio Key (Biennale di Latina)
1972
Med. Oro Presidente della Repubblica (Città di Civitavecchia)
1973
Secondo premio Città Eterna
1973
Civitavecchia Secondo premio
1974
Baia domi zia Secondo premio
1975
Beato Egidio Primo premio
1978
Castel di Sangro Primo premio
1979
Marina di Ravenna Primo premio
1979
Teofilo Patini Primo premio
1980
Premio Ulderico Cozzi "
1980
Marina di Ravenna Pennello d'Oro
1981
S. Maria a Vico Secondo premio
1981
Marina di Ravenna Premio acquisto
1983
Castel di Sangro Primo premio del Decennale
1983
Noicattaro Premio Ing. M. Vavalle
1983
Premio Foggia Primo premio
1984
Colleferro Secondo premio
OPERE
IN MUSEI E COLLEZIONI
Pinacoteca
di Recanati, Pinacoteca di Latina, Galleria Arte Moderna di Roma, Galleria di
Avezzano, Museo di Alatri, Museo Greco e Arte Moderna di Noto, Presidenza del
Consiglio Roma, Min. Mar. Merc. Roma, Cassa di Rispar mio di Roma, Galleria del
Vantaggio, Galleria l'Elicona Lecce, Galleria Zizzari Roma, Galleria Collalti
Roma, Galleria Città Eterna Roma, Galleria del Corso Latina, Galleria , il
Vertice Palermo, Galleria il Pennellaccio Cagliari, Collezione: Bernstein
(Filadelfia), Cabrera (Città del Messico) Laura Wolf (Chicago), Sen. Spataro,
On.1i Andreotti, Pennacchini, Evangelisti, Lupis, Villa, Pittori Purificato e
0miccioli, ecc.
CRITICHE
SU QUOTIDIANI E RIVISTE
V.
Apuleo, G. Sciortino, M. Venturoli, V. Guzzi, F. Miele, M.
Biancale,
P. Cavuoto, V. Mariani, A. Del Massa, G. Pirrone, T. Bonavita, G. Pensabene,
G.F. Natta, U. Cesaroni, G.; Tempesti, M. Piazzolla, E. Contardi, G. Etna, M.
Gallian, P. Girace, G. De Virgilio, F. Desideri, A. Politi, G. Romano, G.
Mazzini, U. Russo, A. Pane, R. Terrosi, C. Barbieri, A. Marasco, A. Freschi, L.
Della Chiesa (Parigi), L. De Marbohan (Parigi), I. Cabrera (Città del Messico),
S. Bernardini, L. Servolini, S. Trasatti, M.P. Brusaferri, N.B. Lo Martire, E.
Leone, G. Bocconetti, D. Valente, V. Giuffre, S. Collovà, M. Pennacchia, R.
Civello, De Marbohan (Parigi).
Molta
acqua è passata sotto i ponti da quando le proposte tardoromantiche di un'arte
tutta innocenza ed emozione, non complicata da operazioni mentali, imposero
anche alla pittura di paesaggio -e non solo sul piano del gusto - una cadenza
crepuscolare, una tenerezza scontrosa ed insieme disfatta. Le acquisizioni
cezanniane di un Tosi o di un Soffici, lo stesso dinamico sprovincializzarsi
del gruppo di «Corrente», il tentativo neo tradizionali sta di un recupero
formale fuori dalla sintassi di accademia hanno senza dubbio operato a favore
di una estetica più responsabilmente vitalizzata e più aperta alle intimazioni
della intelligenza. Eppure, l'assalto della mediocrità e della volgarità, del
razionalismo pretestuoso e del non senso si è fatto sempre più massiccio,
incenerendo la presenza dell'uomo nella mitologia delle larve e nel cifrario di
impossibili teoremi.
Ecco
perché un linguaggio come quello di Roberto La Carrubba, libero e tuttavia
meditato, riscatta le autentiche linfe di una creatività mediterranea e
risponde in modo esemplare ad una esigenza di chiarificazione: tanto più corale
quanto più sottratto al calcolo, tanto più prestigioso quanto più decisamente
individuabile, per decoro di stile ed espansione poetica, nell'alveo di una
eloquenza non ancora corrotta dalla menzogna e calda di richiami interiori.
Sarebbe
facile ipotizzare le generose sollecitazioni delle matrici abruzzesi o gli
impercettibili filtri della migliore figurazione romana di impronta
naturalistica. Facile, ma non giusto: si tratta, piuttosto, di una limpida ed
univoca fisionomia, di una italianità che sfugge ai labirinti fumosi di un
europeismo di maniera. Roberto La Carrubba, in fondo, sa essere se stesso senza
pericolose acrobazie e per convincere trova alimento nella propria interezza;
che è cosa ben diversa, poi, dalla «integrità» degli sperimentali, sulla cui
coscienza la vicenda artistica scivola senza ferire, nella polivalenza di un
gioco nobilitato, nel migliore dei casi, da una ventata di edonismo.
Alla
milizia sofferta il pittore non ha mai sostituito la cittadella della
indifferenza; e ha conosciuto le crisi e le contraddizioni, i dubbi che
attanagliano l'animo di fronte al mistero tenace della materia. Ma appunto per
questo l'itinerario è diventato testimonianza e l'inquietudine si è risolta
nella serenità contemplativa. Quando si dipinge senza maschera i conti devono
necessariamente tornare. Ed è da aggiungere che le passività feroci del
congegno interpretativo sono vinte con signorile immediatezza anche quando
l'artista abbandona il tema paesistico: si osservino a proposito certi vasi di
fiori, non più reviviscenza plastica di una occasione da cronistoria gentile e
non ancora puro.
In
tutto l'arco della produzione La Carrubba insiste, senza mai appiattire il
proprio discorso nella monotonia della sigla, in un consenso che è anzitutto un
apriori sentimentale: una disponibilità per un rapporto illuminante fra l'uomo
e le cose, sempre meglio chiarito nel flusso di stagioni spirituali più che
nelle alchimie di una prospettiva scientifica. In questa chiave va visto
qualsiasi dipinto, non importa se una visione lagunare, una campagna d'Abruzzo
o Il Grande silenzio.
Quello
di Roberto La Carrubba è un racconto sognato, di acque e di cieli incorrotti,
di isole felici e di basiliche immateriali. I volumi trasmigrano, senza peso,
nelle sequenze della luce; per disseppellire, quando meno te l'aspetti e con un
tuffo al cuore, una favola d'altri tempi. Tuttavia non c’è nulla di fatiscente
e i legami percettivi restano forti e incalzanti anche quando i contorni di un
borgo rivierasco o di una collina sfumano in una albescenza da sortilegio.
Fatto
è che l'artista ripropone la sua realtà decantandola dell'accessorio in un
pittoricismo rapido ed essenziale; e così facendo si salva dalla ritualità
descrittiva nell'atto stesso in cui riesce ad imbrigliare l'emozione entro i
margini della disciplina stilistica. Troppo spesso, nel corso di questo secolo
contrastato dal più pauroso dualismo che mai sì sia avuto nella storia della
civiltà -il progresso e la cieca involuzione, la truffa della mente liberatrice
e una sorta di misticismo indomito, la crociata sacrificale della speranza che
non vuole morire - troppo spesso, e con troppo compiaciuto orgoglio, si è
parlato di rivolta intellettuale.
Non
dei filosofi, che hanno il compito di sillogizzare nell'ambito di travagliate
architetture meditative, ma degli artisti, che invece dovrebbero buttare al
macero, in nome della intuizione fantastica, i paradigmi di un pensiero
vanificato in codice e scaduto per sempre dall'ansia della indagine
esistenziale.
Ebbene,
la rivolta in cui ha creduto Roberto La Carrubba è di ben altra consistenza, di
ben altro impegno morale ed artistico: è la rivolta dell'autenticità contro la
mistificazione, la rivolta della bellezza contro il conformismo della bruttura
e dell'assurdo, che nell'altalena delle mode finisce con l'essere la più
pericolosa ed avvilente.
Anche
se lo slancio individuale non è compresso dal minuto registro delle elusioni e
dei recuperi di forma, delle progressioni e rispondenze cromatiche, il rigore
compositivo non viene mai meno: questo va detto ad evitare l'equivoco che
l'autonomia dell'artista, soprattutto in ordine al problema strutturale, possa
identificarsi con l'arbitrio.
Peraltro,
quello di La Carrubba è ancora un ciclo aperto, nel senso che l'espressione
assume per tutti i creatori di razza. Un divenire cordiale, una virtualità
niente affatto
congelata
dall'assuefazione. Perciò qualsiasi opera, indipendentemente dalla tecnica
usata e dal soggetto (fiori, cespuglio, figura: una consonante fluidità) trova
in se stessa la propria giustificazione; e a provarlo basterebbe quell'astrarre
insistente come da un'arcana solitudine, quel far vaporare i nuclei figurali in
una indefinita vibrazione, dietro i velari di un incanto estenuato; mentre,
sotto il profilo del magistero, è tipica la distribuzione del colore in stesure
prevalentemente bitonali, tuttavia ricche di timbri nel variare di un ocra o di
un cobalto.
Si
può ancora chiamare in causa, di fronte ad opere così, persuasive, l'antitesi
antico-moderno? L'artista è tutto li, nella validità «attuale» e sempre nuova
della propria testimonianza. C'è la passione e c’è la forza che non si nega
agli stupori del sogno. Roberto La Carrubba non trascrive, ma trasfigura. L'ora
di grazia e di magia comincia dove: finisce il racconto; dove il pennello
sconfessa le spoglie del quotidiano e il corteo dei fantasmi per affermare una
certezza di vita. Renato Civello
Partecipe
negli anni quaranta al movimento di rinnovamento della pittura italiana, la sua
posizione attuale è al di fuori delle mode e delle formule correnti perseguendo
una propria visione del paesaggio liricamente trasfigurato e come sognato.
Franco
Grasso
Roberto
La Carrubba è un artista conscio, anche per acquisita raffinatezza tecnica, del
ruolo che hanno nella costruzione libera della forma la singola pennellata ed
il tocco sottile, breve, ma spesso fattore di equilibrio in un'immagine che
nasce immediatamente dalla pittura e, quindi con una magica morbidezza non
essendo contornata dagli argini del disegno.
Gualtiero
Da Vià
Roberto
La Carrubba presenta una serie di paesaggi recenti, condotti con equilibrio e
rigore di dettato, fedeli ad una costante naturalistica di contenuti, in cui la
liricità si determina come elemento dominante. In un continuo affinamento del
mezzo espressivo di gusto postimpressionista.
Vito
Apuleo
Roberto
La Carrubba è da annoverare tra i più delicati e gustosi pittori della nostra
epoca.
Giacomo
F. Natta
L'osservatore delle opere di Roberto La Carrubba capirà al primo sguardo di trovarsi di fronte a una natura poco comune: intendiamo di fronte ad un'artista, che nella sua lunga carriera ha accumulato una ricchissima esperienza. E ciò per moto spontaneo, per impulso d'una vera e propria sete di sapere.